Ottorino Respighi – Feste Romane

Ottorino Respighi – Feste Romane

Feste Romane, poema sinfonico composto tra il 1926 e il 1928, si inserisce nella categoria della “musica a programma”, e con Fontane di Roma e Pini di Roma costituisce la trilogia che Ottorino Respighi dedica alla Città Eterna. Dei tre, è il brano più ampio e più impegnativo, anche come organico orchestrale, e per questo non appare di frequente nelle programmazioni concertistiche.
La prima esecuzione è del 21 febbraio 1929 alla Carnegie Hall di New York, dirige Arturo Toscanini.
Feste Romane, analogamente agli altri brani della trilogia, si articola in quattro movimenti: Circenses – Il Giubileo – L’Ottobrata – La Befana; come premessa a ciascun movimento Respighi appone nella partitura alcune note esplicative.
Circenses
Il movimento si apre con impeto, e subito tre squilli di fanfara annunciano l’ingresso dell’imperatore nel Circo Massimo. La plebe festeggia Nerone; gli strumenti più gravi imitano l’ingresso delle belve. Il canto dei martiri condotti nell’arena, archi e fiati, si mischia con il ruggito delle fiere. La folla esplode, ritorna la fanfara; nel clangore finale, un robusto pedale d’organo sottolinea il soccombere dei martiri.
Il Giubileo
Un gruppo di pellegrini è in procinto di giungere alla Città Santa per il Giubileo. Percorrono stancamente la via Romea e il loro canto di preghiera, sostenuto dal clarinetto e dal fagotto, viene poi ripreso dal corno inglese e dai violini in tremolo; gradatamente l’azione diventa più animata finché, giunti a Monte Mario, i rintocchi delle campane indicano che la meta è ormai vicina.
L’Ottobrata
Festa di ottobre ai Castelli, con echi di caccia, canti d’amore, e una serenata al suono del mandolino. Il tema introduttivo dei corni viene ripreso dalle trombe. Al tintinnio dei sonagli si avvia la passeggiata a cavallo, poi si leva una melodia d’amore affidata ai violini seguiti dal clarinetto. La caccia sta per finire, siamo all’imbrunire come avvisano i richiami dei corni; il mandolino intona una serenata romantica che, ripresa dai violini e dall’orchestra, teneramente chiude il movimento.
L’Epifania
Il brano finale descrive la folla brulicante a Piazza Navona la notte dell’Epifania. Un insieme di ritmi popolari, motivi rusticani e di salterello; nella baraonda si muove un festaiolo ubriaco, trombone tenore solista, mentre si avverte il tema dello stornello “Lassatece passà, semo Romani”. Chiude un vigoroso motivo scandito da tutta l’orchestra.

George Enescu Philharmonic Orchestra, dir. Jin Wang

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