Purcell: Love’s goddess sure was blind

Henry Purcell: Love’s goddess sure was blind, Ode for the Birthday of Queen Mary

Love’s goddess sure was blind (la dea dell’amore certo era cieca), Ode per il trentesimo compleanno della regina Maria, 30 aprile 1692, è la quarta delle sei composizioni di Purcell destinate a celebrare il genetliaco dell’amata e popolare sovrana d’Inghilterra. Il testo, opera di sir Charles Sedley, è preceduto da un’intima sinfonia strumentale; lo stile è scorrevole e vigoroso. Stranamente, la conclusione propone una riflessione sul dolore che potrebbe essere causato dalla morte della regina, ed è quasi una profezia visto che Maria II Stuart si spegne due anni più tardi a causa di una infezione di vaiolo.
Il tributo alla regina inizia con una delle più belle sinfonie di Purcell, ricca nella tessitura e suddivisa in due sezioni. Nella prima parte prevalgono i toni malinconici, sottolineati da una scala discendente di sei note e da una melodia affascinante che appare per una volta nei violini e per tre volte nelle viole. La seconda sezione, in forma ternaria, sembra più leggera, tuttavia permane un alone di tristezza che diventa più marcato nel finale.
La sinfonia lascia il posto ai primi versi dell’Ode, affidati al controtenore e seguiti da un elegante ritornello per archi. La strofa successiva, “Those eyes, that form, that lofty mien“, affidata al basso, con i suoi ritmi sincopati e urgenti si pone in netto contrasto con il duetto dolce e cullante “Sweetness of Nature and true wit“, eseguito dalle voci di contralto e tenore. “Long may she reign over this Isle” è un delizioso minuetto iniziato dal soprano e poi riproposto da tutte le voci. La strofa successiva “May her blest example chase” utilizza la melodia della ballata “Cold and Raw the North did blow” di Thomas d’Urfey, conosciuta dalla Regina; interessante è il rustico ritornello eseguito dagli archi. Gli ultimi due movimenti esprimono la speranza che la regina possa vivere a lungo; in essi si può apprezzare l’alta maestria di Purcell nella gestione del contrappunto. “Many such days may she behold” è un duetto ricco di contrasti e modulazioni; il coro finale “May she to Heaven late return” è un’ampia fuga che sfuma dolcemente sull’ultima riga.

The Sixteen, Harry Christophers

1. Symphony

2. Love’s goddess sure was blind this day
Love’s goddess sure was blind this day
Thus to adorn her greatest foe,
And Love’s artillery betray
To one that would her realm o’erthrow.

3. Those eyes, that form, that lofty mien
Those eyes, that form, that lofty mien,
Who could for virtue’s camp design?
Defensive arms should there be seen,
No sharp, no pointed weapons shine.

4. Sweetness of Nature and true wit
Sweetness of Nature and true wit,
High pow’r with equal goodness join’d,
In this fair paradise are met,
The joy and wonder of mankind.

5. Long may she reign over this Isle
Long may she reign over this Isle,
Lov’d and ador’d in foreign parts;
But gentle Pallas shield awhile
From her bright charms our single hearts.

6. May her blest example chase
May her blest example chase
Vice in troops out of the land,
Flying from her awful face,
Like trembling ghosts when day’s at hand.
May her hero bring us peace,
Won with honour in the field,
And our home-bred factions cease,
He still our sword and she our shield.

7. Many such days may she behold
Many such days may she behold,
Like the glad sun without decay,
May Time, that tears where he lays hold,
Only salute her in his way.

8. May she to Heaven late return
May she to Heaven late return
And choirs of angels there rejoice.
As much as we below shall mourn
Our short, but their eternal choice.

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